Il termine “antropocene” è ormai entrato nel linguaggio comune. È stato coniato nel 2000 dall’olandese Paul Crutzen — premio Nobel per la chimica — e voleva indicare una nuova era geologica. La nostra. Quella, cioè, in cui l’intero globo viene modificato dall’azione dell’uomo, in cui l’ambiente viene alterato nelle sue condizioni chimiche, fisiche, biologiche dalla presenza umana.

È una parola che tenta di racchiudere dentro di sé l’enormità della nostra specie, l’unica ad essere così capillare sulla superficie terrestre (dalle montagne più alte alle isole più remote, dai poli all’equatore, dai ghiacci al deserto), l’unica ad aver terraformato a propria immagine un intero pianeta. Descrive quindi una tragica — e relativamente nuova — consapevolezza: il cambiamento climatico è una conseguenza del nostro vivere, della società industriale e consumista che ci siamo scelti.

Quando Timothy Morton parla della crisi climatica come iperoggetto, lo fa per indicare una cosa concreta che ci tocca tutti, ma allo stesso tempo troppo grande perché sia possibile comprenderla. Non esiste esperto al mondo capace di conoscere tutti i dettagli di un cambiamento così gigantesco. Ognuno cercherà di intravedere solo una minuscola parte delle conseguenze che un clima che cambia comporta sulla natura, sugli ecosistemi, sulla nostra società. Ogni scenario è una probabilità all’interno di un disegno che nessuno può vedere. È per questo che è così difficile parlarne, raccontarlo, persuadere ad un’azione politica seria e significativa.

La letteratura, in questi anni, ha assorbito questa consapevolezza in vari modi. Tramite la nostra azione sul mondo, abbiamo scoperto il mondo fuori di noi. Abbiamo iniziato a vedere tutto ciò che uomo non è. E abbiamo iniziato ad assumerne il punto di vista.

Non è un caso che in questi anni siano apparsi sugli scaffali centinaia di libri il cui sguardo era rivolto alla natura: foreste, montagne, funghi, animali, insetti, persino minerali. Gli esperti di marketing libraio lo chiamano “nature writing”, ma c’è qualcosa di più. Viviamo un’epoca di riscoperta del mondo non umano; angosciati dalla possibilità che forse un giorno esisterà, un mondo senza di noi. A volte sembra quasi che stiamo anticipando il nostro incubo peggiore.

Questa riscoperta si rivolge soprattutto agli animali. Non potrebbe fare altrimenti.

L’editoria italiana ha visto moltiplicarsi vari libri sul mondo animale, dai mammiferi agli insetti, in un variegatissimo spettro di generi. Adelphi ha inaugurato qualche anno fa un’intera collana dedicata — Animalia — che rievoca lo spirito della Collana di Etologia, durata solo qualche libro negli anni ’90 (era forse troppo presto?). Sono spesso saggi narrativi, in cui scienziati raccontano magistralmente il comportamento e il pensiero di polpi, corvi, elefanti, ma anche formiche. In cui gli animali si rivelano come altre menti, incredibilmente diverse e allo stesso tempo incredibilmente simili a noi.

Ma letteratura e scienza si intrecciano in modalità sempre più fluide: altre case editrici seguono il filo opposto, pubblicando romanzi che sono straordinariamente informati dal punto di vista scientifico. Oggetti strani, ibridi, e volutamente bizzarri nella forma e nel contenuto: perché la stranezza è spesso un modo per far arrivare un messaggio, per cercare di svelare in modo nuovo quello che già crediamo di conoscere.

Faccio due esempi, che ho letto recentemente. È stato per esempio ristampato da poco Sei una bestia, Viskovitz!, di Alessandro Boffa. Il libro uscì in origine oltre vent’anni fa, ed è stato ricoperto di recente da Quodlibet. Un libro decisamente strano, come strano è il suo autore. Nelle pochissime informazioni che si trovano in rete, Boffa liquida in poche righe una nascita a Mosca, un passato da biologo e neuroscienziato, una improvvisa ricchezza dovuta al gioco in borsa, una metamorfosi in un venditore di pietre preziose nelle Filippine, un successivo approdo in California.

Boffa è un uomo affascinante e misterioso, la cui sottile cattiveria traspare sia dalla bio (“ho scritto questo libro in un momento della mia vita in cui avevo smesso di tentare di essere una persona migliore, e di preoccuparmi di essere ritenuto un maiale, un insetto, un brutto bastardo”) sia dalle favolacce nere e umide di Sei una bestia Viskovitz!. Il libro è composto da decine di storie, indipendenti ma anche legate, in cui il protagonista Viskovitz si incarna in mille bestie diverse — dai microbi agli insetti ai grandi mammiferi — riproponendo ciclicamente la stessa scena. C’è sempre Viskovitz, solitamente maschio e sempre “in calore”. C’è sempre Ljuba, solitamente femmina e in calore — tragicamente e necessariamente — solo a volte. L’istinto sessuale è il motore di quasi tutte le storie, come l’ananke lo era nelle tragedie greche: una forza inarrestabile, un destino che rende queste storie delle piccole satire, quelle che ci si aspetterebbe da un Esopo burlone e un po’ cinico.

La scelta di Boffa è quella di favole amorali, viscide: un’estetica dell’invertebrato. Si notano comunque alcuni echi delle cosmicomiche calviniane, soprattutto nell’assunto di base: assumere un punto di vista impossibile, abitare per poche pagine il corpo di una lumaca ermafrodita, di una spugna di mare, di una mantide religiosa — e di farlo con un racconto. In maniera mai banale, mai consolatoria, ma sempre piena di ironia. E, forse, di antipatia per questo nostro essere umani molto poco umani.

Il tono della commedia amara e tragicomica è anche quella di Capannone n°8, romanzo dell’americana Deb Olin Unferth, pubblicato da SUR. Il capannone in questione è un allevamento di galline ovaiole. Ne contiene circa centomila — un milione assieme agli altri capannoni — stipate in gabbie di poche decine di centimetri l’una, impilate fino al soffitto in una architettura distopica che è la precisa ragione economica per cui possiamo comprare un cartone da sei uova ad un’euro e mezzo al supermercato, tutto l’anno. Le galline dei capannoni verranno salvate (o quasi), in un una notte, da un gruppo di attivisti più volenterosi e arrabbiati che organizzati.

Un aspetto dell’antropocene che amiamo non vedere — uno scotoma, un punto cieco nella nostra visione del mondo e di noi stessi — è quello è l’allevamento intensivo. Unferth lascia la filosofia e gli slogan animalisti fuori dal libro, narrando la storia di un salvataggio impossibile, raccontandolo da punti di vista molteplici — fra cui quello degli uccelli. In realtà, l’autrice racconta con un’accuratezza spaventosa quanto la nostra intelligenza e la nostra tecnica siano dedicate allo sfruttamento della natura, nel modo più efficiente ed efficace possibile. Il romanzo ironico e satirico lascia dunque al lettore tutta la libertà e la responsabilità della propria riflessione, perché quella di Unsferth è fiction — ma solo fino ad un certo punto. La filiera alimentare, l’impalcatura di gabbie che si innalza fino al soffitto, le tonnellate di guano che non si possono smaltire sono tutti fatti reali, soprattutto in America, dove le leggi sono più ”flessibili” per gli allevatori, orgogliosi del loro ruolo di sfamatori del popolo.

«L’uovo è l’unità nutritiva perfetta. Proteine, vitamina b12, vitamina d. L’ideale per le ossa e per la mente. Forza e intelletto. Una dozzina di uova e il povero mangia come il ricco. Il sogno americano, Cleveland. La soluzione democratica. Aumenta il prezzo delle uova e la famiglia del povero non mangia più».

A volte, l’autrice si sofferma sul linguaggio dell’allevamento, per sottolinearne la crudeltà mascherata da burocrazia.

«Depopolamento» (leggi: sterminare le galline a centinaia di migliaia), «muta forzata» (leggi: ridurre il mangime a tal punto da farle quasi morire di fame), «debeccaggio» (leggi: tagliargli via un pezzo di faccia), «certificazione» (legittimare, anzi prescrivere, tutta un’altra serie di atrocità), «Associazione Nazionale Produttori di Uova» (il gruppo di maschi bianchi sulla cinquantina a capo di tutta la baracca).”

Sembra quasi di sentire la neolingua del Grande Fratello di George Orwell. Uno che di satire su umani e animali ne sapeva qualcosa.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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