L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Ci sono un sacco di cose che avrei voluto dire, ad Announo, ma praticamente si riassumono in questo semplice concetto: Internet è una piattaforma per l’espressione della natura umana.

Come piattaforma che amplifica, moltiplica aspetti di quello che siamo, modifica alcuni nostri comportamenti, e interagisce con noi come nessun’altra tecnologia precedente. Ogni tecnologia abbastanza potente modifica il nostro comportamento, lo fa curvare sotto la propria forza di gravità: l’umanità prima del telefono era diversa, l’umanità prima della radio era diversa, l’umanità prima della televisione era diversa.

Era diversa, eppure uguale, nel senso che ciò che c’è nel cuore dell’uomo (le sue pulsioni fondamentali, quello che ci rende una specie particolare su questa terra) sempre quelle sono. Per cui, si: Internet è un posto orribile e meraviglioso, ed è un posto in cui l’umanità è sè stessa, all’ennesima potenza. Internet (che altri chiama l’umanità) può essere rappresentato come una gaussiana, una classica curva a campana: Facebook, Twitter, Wikipedia, i posti che tutti frequentiamo, gli interessi che tutti abbiamo stanno sopra, sulla cima della montagna. Tendiamo a credere che sia questo, Internet, perchè tutti conoscono questi luoghi digitali, e sono frequentati dalla maggioranza delle persone.

In realtà, però, la rete è soprattutto tutto il resto: una landa infinita, estesa fino all’orizzonte, di migliaia e migliaia di comunità e gruppi e persone che si ritrovano attorno ad un interesse, un hobby, una malattia, una speranza, una perversione sessuale, un segreto, una passione, una condizione sanitaria, una semplice domanda.

Non è possibile riassumere concetti come “vita”, “umanità”, “mondo” in due parole, per cui una domanda come “La Rete è cattiva?” è mal posta. Si e no. Entrambe. Dipende.

L’unica cosa che dunque vorrei aggiungere, è che, se Internet siamo noi, abbiamo il dovere, il potere e la responsabilità di costruirne uno migliore, o di aggiustare quello che c’è adesso.

Aaron lo disse, nell’ultima intervista, così.

«You know, there’s sort of these two polarizing perspectives, right, everything is great, the internet has created all this freedom and liberty, and everything’s going to be fantastic, or everything is terrible, the internet has created all these tools for cracking down and spying, and controlling what we say. And the thing is, both are true, right? The internet has done both, and both are kind of amazing and astonishing and which one will win out in the long run is up to us. It doesn’t make sense to say, “Oh, one is doing better than the other.” You know, they’re both true. And it’s up to us which ones we emphasize and which ones we take advantage of because they’re both there, and they’re both always going to be there.»

Ci sono un sacco di cose che avrei voluto dire ieri sera ad Announo, ma praticamente si riassumono in questo semplice concetto: Internet è una piattaforma per l’espressione della natura umana.

Come piattaforma che amplifica, moltiplica aspetti di quello che siamo, modifica alcuni nostri comportamenti, e interagisce con noi come nessun’altra tecnologia precedente. Ogni tecnologia abbastanza potente modifica il nostro comportamento, lo fa curvare sotto la propria forza di gravità: l’umanità prima del telefono era diversa, l’umanità prima della radio era diversa, l’umanità prima della televisione era diversa.

Era diversa, eppure uguale, nel senso che ciò che c’è nel cuore dell’uomo (le sue pulsioni fondamentali, quello che ci rende una specie particolare su questa terra) sempre quelle sono. Per cui, si: Internet è un posto orribile e meraviglioso, ed è un posto in cui l’umanità è sè stessa, all’ennesima potenza. Internet (che altri chiama l’umanità) può essere rappresentato come una gaussiana, una classica curva a campana: Facebook, Twitter, Wikipedia, i posti che tutti frequentiamo, gli interessi che tutti abbiamo stanno sopra, sulla cima della montagna. Tendiamo a credere che sia questo, Internet, perchè tutti conoscono questi luoghi digitali, e sono frequentati dalla maggioranza delle persone.

In realtà, però, la rete è soprattutto tutto il resto: una landa infinita, estesa fino all’orizzonte, di migliaia e migliaia di comunità e gruppi e persone che si ritrovano attorno ad un interesse, un hobby, una malattia, una speranza, una perversione sessuale, un segreto, una passione, una condizione sanitaria, una semplice domanda.

Non è possibile riassumere concetti come “vita”, “umanità”, “mondo” in due parole, per cui una domanda come “La Rete è cattiva?” è mal posta. Si e no. Entrambe. Dipende.

L’unica cosa che dunque vorrei aggiungere, è che, se Internet siamo noi, abbiamo il dovere, il potere e la responsabilità di costruirne uno migliore, o di aggiustare quello che c’è adesso.

Aaron lo disse, nell’ultima intervista, così.

«You know, there’s sort of these two polarizing perspectives, right, everything is great, the internet has created all this freedom and liberty, and everything’s going to be fantastic, or everything is terrible, the internet has created all these tools for cracking down and spying, and controlling what we say.
And the thing is, both are true, right?
The internet has done both, and both are kind of amazing and astonishing and which one will win out in the long run is up to us.
It doesn’t make sense to say, “Oh, one is doing better than the other.” You know, they’re both true.
And it’s up to us which ones we emphasize and which ones we take advantage of because they’re both there, and they’re both always going to be there.»

Originally published at aubreymcfato.com on May 29, 2015.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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