il suolo era nero, d’un polimero opaco. la luce pallida aveva una strana consistenza, sospesa come nuvola lanuginosa; stranamente, non c’era lampada, nè altra sorgente luminosa. l’uomo fu il primo a svegliarsi.
mosse le dita, inizialmente con fatica. aprì gli occhi, forzando le palpebre, come se combattessero contro un sonno invincibile. rimase fermo un tempo indefinito. con un respiro doloroso, ad un tratto, fece forza sui palmi, spostando lentamente tutto il peso, contraendo gli addominali. gli occhi erano ancora sofferenti. ci volle del tempo prima che si abituassero alla luce, e altro ancora prima che l’uomo riuscisse a sollevarsi del tutto. era seduto, adesso, appoggiato alle mani già gonfie e rosse. era come se dormisse da settimane. il ventre dolorante, scrutò in quella luce irreale. non c’era nulla, intorno, se non buio. buio e quella strana nebbia di luce biancastra.
passò altro tempo, e finalmente riuscì a delineare la figura. non sentiva le gambe (non sapeva dire se le avesse mai avute, da quanto non le sentisse più). non ricordando nulla, iniziò a sudare. chiuse gli occhi, che bruciavano. respirò profondamente, senza riuscire a calmarsi. sentiva pulsare le mani, sentiva mancare le gambe, sentiva il fianco sinistro premere gonfio contro la tuta. sentiva il respiro nella luce irreale. non smetteva di sudare. riaprì le palpebre, nuovamente, ma la penombra bruciava gli occhi. delineò meglio, con sforzo, la massa scura delle sue gambe, finchè quello che era un sottile senso di angoscia esplose, senza rumore: non erano gambe. un’enorme appendice, viva, si adagiava, là dove finiva il suo tronco.

il battito nelle tempie impazzì, la confusione ed il sudore aumentarono, ma concentrandosi riuscì a definire i contorni di quella cosa. era una spaventosa coda (come una sirena, pensò), il cui verde scuro fremeva in modo regolare, ma a scatti e strappi. l’uomo poteva vederne le membra contrarsi e sgonfiarsi, in punti diversi. notò che non seguiva mai la stessa configurazione. l’uomo era ormai in una pozza di sudore, le mani gli scivolavano, il fianco pulsava orribilmente. era stanco e confuso e terrorizzato. d’un tratto, la cosa mosse, di un movimento continuo ed unico, ondulando appena. l’uomo la sentì rilassare il respiro. lentamente, a cosa allentò la spira, stendendosi in lunghezza. l’uomo si ritrovò ad urlare, sentendo la gola bruciare. non si era accorto di essere ormai sordo. in un lampo, pensò alle voci a cui non aveva prestato attenzione: l’astronave aliena che si era schiantata mesi prima nel deserto, l’ondata di malattie, la degenza in ospedale. pensò alle sparizioni degli altri pazienti, alle infermiere e i loro sorrisi morti, a quegli strani medici. pensò al buio infinito che seguì. senza apparente motivo, pensò anche ai libri di mitologia che da bambino prendeva in biblioteca, ai greci e alle chimere. Pensò, in un baleno di lucidità, ai racconti dell’argentino, a quelli del triste americano. Amphisbena, delirò. rise istericamente. la cosa distese e contrasse ancora, varie volte, spazzando il terreno, cambiando ritmo, pulsando sempre più violentemente. l’uomo si accorse di sentirla tendere e tirare, respirare.

senza fatica (non senza eleganza), finalmente la cosa sollevò da terrà, incurvando, sospesa. si pose, leggera, a pochi centimetri dalla sua bocca, sinuosa come un cigno. si sarebbe potuto dire che l’osservasse, con occhio cieco. l’uomo continuava ad urlare, senza sentirsi. la cosa avvicinò, lentamente. ad un tratto, dopo un’eternità, la cosa aprì in uno squarcio purpureo, quasi un sorriso. iniziò a schiudersi, sorridendo una vagina di carne e denti. sbocciò in quattro turgide labbra, a mostrare lasciva il rosso cavo. l’uomo urlava. la cosa lo mangiò.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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