La festa del papà, cioè la mia festa

Non sono neanche tre mesi che sono papà, ma è tutta la vita che ti aspetto.

Ci si abitua in fretta ad alzarsi a orari improbabili per cambiare un pannolino, a farlo al buio e a non sporcarsi di cacca tutte le volte (la tua cacca santa fatta di solo latte, purissima cacca giallo oro, che sembra uscita da un quadro di Van Gogh, che disegna stelle luminose sul fasciatoio blu intenso). Ci si abitua, purtroppo, anche ad alzarsi col tuo profumo nel naso (o la tua puzza, dipende dai giorni), con la tua figura di girino rannicchiata fra me e tua madre, gli occhi chiusi a sognare chissà cosa. Ci si abitua a quella sensazione straordinaria di sentirti dormire sopra di me, di tenerti caldo dentro la fascia, mentre ci rilassiamo entrambi andando su e giù sopra la pallona di gomma (la gestazione è roba da mamme, l’esogestazione è roba da papà). Ci si abitua a questo livello illegale di ossitocina nel sangue, a queste esplosioni di luce quando sorridi le prime volte, quando vuoi dirmi qualcosa e né io né te sappiamo cosa sia. Ci si abitua al vedere nei tuoi lineamenti me stesso e la tua mamma e me ancora e i nonni e gli zii, un intero albero genetico che ti abita e che fiorirà a suo tempo. Sarà divertente e terrificante vedere quella primavera. Ci si abitua a sentirsi eterodiretti, con il baricentro completamente fuori da sè. Non sai quanto abbia ricercato, questa sensazione, consapevole (anche se testardo nel provarci) che mai mi sarei mai bastato, che l’autonomia affettiva è una cazzata, che nelle cellule abita una millenaria storia mammifera che ci spinge, volenti o nolenti, verso gli altri. È stato il mio corpo a volerti, per anni: i figli, scoprirai prima con dolore e forse poi con sollievo, sono un atto di egoismo, di sopravvivenza. Avevo bisogno io di te, quando ancora tu non c’eri. Avevo bisogno di voler bene a qualcuno come ne voglio a te. Avevo bisogno di sentirmi così importante per qualcuno piccolo e impotente come te. Un giorno tutto questo ti farà soffrire molto. Un giorno ancora più lontano, spero, mi perdonerai.

L’anno scorso tua zia Benni si è sposata, e nell’accompagnarla noi fratelli siamo tutti saliti sul vecchio pulmino, quel ducato a nove posti che per qualche anno è stato pure stretto, e per la strada abbiamo cantato una stupida canzone di chiesa, come il nonno (tuo nonno, mio padre) ci faceva fare da piccoli; e in quel momento, non so ancora perché, io ho iniziato a piangere, senza riuscire a fermarmi; a piangere per quei fratelli piccoli che non vedrò più, per quel figlio e fratello maggiore che sono stato e non so se sarò ancora, quella mezzastrada fra figliolanza e maturità che ho sempre sentito come una croce e una vocazione, quel senso di responsabilità (a volte malposto, a volte ipocrita) che ha piagato tutta la mia vita. Ho pianto tutta la messa per la Benni che diventava donna, per il tempo che passa e non ritorna, per la vita passata e la morte che ci guarda, per la morte passata e la vita terrificante che ci guarda anch’essa; per la tristezza che ritrovo nelle mie vecchie foto, quando c’è sempre un bambino piccolo e io che lo scruto pensieroso dall’alto. Non so se allora cercassi di essere un padre, o adesso cerco di tornare a essere un fratello maggiore. So che voglio volerti bene, so che questa cosa ci farà litigare, so che adesso vinco io perché tu sei un animaletto minuscolo e posso riversare su di te tutta la mia stupidità, tutto il mio amore, tutta la mia vulnerabilità. Essere padre è rendersi vulnerabili, e io ne avevo una gran voglia.

Della tua mamma (di quanto bella e meravigliosa e forte e fragile sia la tua mamma, di quanto l’amerai e di quanto ce la litigheremo) te ne parlo la prossima volta.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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