La stiva e l’abisso

Forgiare un tubo di rame a forma di gamba, di diametro un po’ piú grande dell’umano, riempirlo d’acqua dolce, di sale, di zenzero e spezie, poi ancora di sale fino a che il liquido è saturo, a questo punto denudare la gamba fino all’inguine, ficcarcela dentro, sigillare la parte superiore del tubo con mastice e resina tutt’intorno alla coscia, ai confini dell’anca: una gamba in salamoja, conservata cosí, senza che l’infezione possa avere un progresso. Fare sgurgle sguash se cammino, udire il sordo sciabordio della salamoja mentre giaccio nel letto. E se non mettessi il sale? Allora prospererebbe ogni forma di vita, nel mio tubo si svilupperebbero funghi, mucillagini algose, pallide efflorescenze, lo sciaguattio intorbiderebbe l’acqua di plancton, sí, e in questo brodo, in questa virulenta minestra i miei immondi secreti continuerebbero a versarsi fino ad esaurirsi, fino a che la putre infezione si fosse completamente trasferita all’esterno, estroiettata nel brodo… E dopo qualche tempo, chissà, il mal della gangrena conseguirebbe una sua autonomia, la gangrena non sarebbe piú un accidente della mia sostanzialissima gamba ma substantia essa stessa, certo, nel gorgoglío che viene dal tubo e che mi vellica costantemente la gamba avverto un mattino un fruscío piú corposo, qualcosa mi sta solleticando il polpaccio strisciando come una lumaca di mare, è il momento, mi faccio trasportare sul ponte, depongo la gamba in un tino e ordino al fabbro di aprire il mio tubo, lo vedo lavorare di sega e con enormi cesoie, ecco, lo ha aperto, il liquido bruno si devolve scrosciando nel tino, le esalazioni mefitiche sembrano il fumo di una vera minestra, io ritraggo la gamba, una povera cosa bianchiccia, e ordino ai marinai di non avvicinarsi al calderone infernale. Attendiamo cosí per un’ora, poi, quando i vapori sono cessati, mi faccio condurre all’orlo del tino: putrido come uno stagno il liquido è fermo, appena ricamato in superficie da gentili alghe filiformi e da pellicole iridescenti, di tanto in tanto emergono piccole bolle gassose, dunque è anche cauta, è cattiva… Comando ad un uomo di rugare là dentro con un palo, quello manovra come se dovesse sgurare un pozzo nero intasato, e quando ritrae il suo strumento ci riaccostiamo a guardare: vieppiú intorbidato, ed anzi ridotto una polta, il liquido vortica lento intorno a un piccolo mulinello, nulla, no, qualcosa di scuro nel gorgo, si sposta verso l’esterno, sta nuotando, sí, si cerca di prenderla con un retino ma la cosa si reimmerge, incapace d’attesa ordino ai miei uomini di rovesciare il tino, il Flegetonte non sarebbe piú nero del liquame che allaga il tavolato defluendo dagli ombrinali, ecco! lí in mezzo, tubolare come un’oloturia, immobile, la Gangrena! Ormai il ponte è all’asciutto, solo qualche bava fibrosa lo istoria, ammutito e perplesso l’equipaggio circonda la creatura a prudente distanza, oh come brilla lucida al sole! Poi, man mano che s’asciuga, rivela le scabrosità del suo tegumento, offre al nostro attonito sguardo dei villi, dei bulbi, dei lobi, il sole la ucciderà penso, la farà marcire come una medusa sorpresa su uno scoglio dalla bassa marea, ma proprio in quel momento l’oloturia sviluppa un tentacolo — gli uomini arretrano inorriditi — poi un altro e un altro ancora, è un piccolo polpo, no, sembra piú un calamaro e… disgusto! si rovescia su se stessa come un guanto, ora è ancor piú schifosa, e sibila, anche, e striscia, sí, sta strisciando verso il piú vicino ombrinale ma nessuno ardisce fermarla, adesso i tentacoli sono scomparsi, come riassorbiti nel suo nucleo deforme, no, non deforme, polimorfo, oh come procede per guizzi inarcandosi come sotto uno spasmo, un lombrico gigante con la velocità d’un ramarro non farebbe piú orrore, mi chiedo se è un essere estraneo o se è parte separata di me, me lo chiedo ma non voglio risposta, la guardo un’ultima volta mentre raggiunge l’ombrinale, si sporge, si lancia nel mare come una cavalletta. Affacciandosi alla murata tutti gli uomini tirano un sospiro di sollievo, e già alcuni di loro, riavendosi, si congratulano con me per la mia guarigione. Non sanno ciò che solo in questo momento mi è chiaro, che ora la Gangrena crescerà libera e forte nel mare, e che tra non molto, immensa come un capodoglio, sorgerà dalle acque a ghermirci.

Michele Mari, La stiva e l’abisso, Bompiani, 1992. Poi Einaudi, 2018.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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