L’Amico Geniale

David Foster Wallace, dieci anni dopo

Dieci anni fa, il 12 settembre 2008, ero nella mia cameretta nello studentato di Kansleren, a Oslo, nel quartiere a maggioranza arabico-pachistana di Toyen. Erano i primi giorni di una nuovissima avventura, un master in biblioteche digitali trovato dopo una soffertissima laurea in matematica, trovato per caso e agognato e infine scelto e applicato, in inglese, quando di inglese ne sapevo pochissimo e ogni nuovo documento da firmare era un concentrato di ansia e terrore. Ero arrivato da circa tre settimane, e il giorno della partenza lo ricorderò sempre come uno dei più brutti della mia vita, con una morosa lontana in Palestina, con la mia famiglia che quasi tutta mi aveva accompagnato a Orio al Serio in macchina, io e le mie pesanti valigie, il mio pesante cuore gonfio perché era la prima volta che partivo per così tanto tempo, in terra gelida e straniera, e avevo le lacrime agli occhi abbracciando mio padre e i miei fratellini che erano ancora piccoli, e preso quell’aereo maledetto partii per Oslo Torp, come al solito menzognero aeroporto Ryanar distante in realtà due ore di corriera da Oslo centro, e la prima cosa che feci a Torp fu uscire dalle porte automatiche e vomitare in un cespuglio, perché era l’estate della mia meningite (virale), virus Toscana, da un bastardo pappatacio dell’isola d’Elba che mi regalò qualche giorno in ospedale e memorabilissimi mal di testa, e la mia prima e unica spinale, spero unica per sempre, assieme ad un’acuta percezione del concetto di “proporzionalità diretta”, in quel caso fra velocità dell’aspirazione del liquido cerebrale e l’intensità del mal di testa consequenziale; quindi a Torp vomitai nel cespuglio e salii sul pullman che in due ore di oblio mi portò alla stazione di Oslo, dove l’anima piissima di Erik, musicista autoctono conosciuto a Node, mi venne a prendere per aiutarmi a trovare studentato e chiavi annesse, e ricordo nebulosamente un mal di testa fotonico — per anni ogni decollo e atterraggio mi trapanava il cervello nell’esatto centro della fronte — ricordo l’unica volta che presi la metropolitana a Oslo (costava tipo 5 euro), ricordo che non vomitai lì, in mezzo a tutti, solo perché era una bella giornata e vedere il sole e sentire l’aria fresca norvegese in fondo al tunnel fecero rinvenire i miei sensi un decimo di secondo prima che i miei succhi gastrici si riversassero sulle mie scarpe e sulle quadratissime piastrelle colorate, e su porzioni di scarpe un po’ mie e un po’ di Erik; e arrivammo allo studentato, prendemmo le nostre chiavi, salimmo al terzo piano, entrammo in una camera spoglia, che non aveva niente di niente, né lenzuola né cuscino né materasso, ed era sabato e non potevo farci niente, e dato che non ne potevo già più salutai Erik (leggevo nei suoi occhi anche una certa preoccupazione, la mia faccia doveva essere tremenda), lo salutai e chiusi la porta, preso dallo sconforto ma ancora lucido pensai solo che essendo sabato non avrei dormito in un letto con materasso o cuscino o lenzuola ma dovevo trovare qualcosa da mangiare anche per il giorno dopo, e mi trascinai nel negozio pachistano sottocasa a prendere qualcosa, e mai dimenticherò il pacchetto da nove, pietosissime tortillas pagato sette euro sette, o il ragazzo che aiutava a mettere la spesa dentro il sacchetto che aveva un inglese migliore del mio; e mi trascinai nuovamente su al terzo piano, buttai il mio costosissimo bottino di carboidrati sulla scrivania (quella c’era), mi sedetti sulla nuda rete del letto e piansi, piansi lacrime amarissime, piansi come erano anni che non piangevo, e piangendo mi addormentai.

Da quel momento le cose migliorarono molto. Oslo si rivelò molto più ospitale di quello che avevo temuto, il mio inglese migliorava, il corso di digital documents mi piaceva moltissimo, il mal di testa era passato; per due, tre settimane mi sembrò di aver trovato il mio posto nel mondo, soprattutto dopo matematica.
Lessi della morte di David Foster Wallace in quel momento di felicità, e nonostante non avessi mai letto una sua parola ne fui molto addolorato. C’era già in giro la voce del genio, del “genio del nostro tempo”, e mi sembrava di aver perso qualcosa anche se non l’avevo mai avuto.
Ho iniziato a leggere Wallace (o DFW, come si dice fra noi autoeletti ministri di culto, noi che sappiamo che non si chiama Foster Wallace ma Wallace, e Foster Wallace è shibboleth per i non iniziati, plebaglia volgare che non ha ancora affrontato il monte analogo di Infinite Jest, per dire, magari ridicolmente ferma allo splendido ma colpevolmente famoso Una cosa divertente che non farò mai più, sciocchi) molto dopo, l’ho iniziato a leggere dopo, un po’ perché l’avevo sempre voluto fare ma anche perché era l’autore preferito di Aaron Swartz, e il drittone di Aaron per DFW era diventato anche il mio, per transitività.

Come Aaron, mi sono fermato quasi esclusivamente alla nonfiction, che ho letto più o meno tutta: Considera l’aragosta, Tennis, tv, trigonometria…, Una cosa divertente che non farò mai più, Tutto e di più, ma anche l’intervista Come diventare sé stessi e la biografia di D.T. Max. La fiction no, non ho letto più o meno niente: tranne, ed è eccezione meritevole, Infinite Jest.
Quello che amo nella sua nonfiction (lo sguardo acutissimo, il sismografo mentale che registra ogni sbalzo di tensione, la capacità di astrarre e tornare al particolare con una velocità impressionante) lo detesto nella sua narrativa, ma lì sono io, non amo i nordamericani della seconda parte del novecento, de gustibus.
DFW non ha mai avuto la purezza formale di un Gadda, o l’invenzione linguistica di Joyce: ma compensava con una sensibilità più aperta, più sincera, oserei dire più “oscena”, smarmellata sulla pagina, come un processo terapeutico, come se la logorrea ipercerebrale fosse l’unica cosa che dava da mangiare al suo demone.
DFW, più di tutti, obbediva al “Guarda a tutt’occhi, guarda” con cui Perec aveva aperto La vita, istruzioni per l’uso, la citazione del Michele Strogoff di Jules Verne.
E oso ancora: credo che il fatto che DFW piaccia così tanto al maschio occidentale iperscolarizzato (di cui anche io sono umile ma valido specimen) è che David (David amore, David caro) si permette di soffrire sulla pagina, quasi senza filtro, di soffrire attraverso le parole, di far soffrire tutti i suoi personaggi, di far sanguinare i pensieri.
David soffre e tu soffri con lui: per i maschietti, duole dirlo, questa è ancora una novità.

David che doveva parlare di crociere e invece parlava di morte.
David che era capace di parlare di tutto, di scrivere cose dolcissime e cose di una violenza inaudita.
David che ha scritto le parole definitive — ma troppe e troppo smarmellate in un romanzo di mille pagine, quindi incitabili — sulla Droga/Dipendenza/Intrattenimento, che sia indifferentemente da sostanze chimiche o da televisione.
C’è da piangere a pensare ai saggi che non leggeremo mai su Netflix, sul binge watching, sulla natura neurochimica dei social network.
Piangiamo dunque DFW per egoismo, come Dante piangerebbe Virgilio che muore all’inizio dell’inferno, come un’Arianna mangiata dal Minotauro con il gomitolo ancora in mano.
Lui ce l’avrebbe fatta, ci diciamo. Lui avrebbe saputo.
David Foster Wallace, L’Amico Geniale, Il Fratello Maggiore che tutti avremmo voluto avere. David Foster Wallace il Jinchūriki.
Il demone che, addomesticato, ci ha dato Infinite Jest, è lo stesso demone che rompendo le sbarre ha chiuso per sempre con una zampata le palpebre su quello sguardo che tanto ci manca.
DFW si appese alla cintura nel suo garage. Anche Aaron si appese alla cintura, e non riesco a convincermi che non ci abbia pensato.
Ciao DFW, adesso puoi dormire.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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