Libri dell’anno con microonde, fornetto elettrico e albero di natale mignon.

Quest’anno ho letto molti meno libri rispetto al mio solito. Ho passato mesi interi senza voglia di leggere, senza che la cosa migliorasse. A mia parziale discolpa, ho avuto i miei pensieri. Soprattutto uno, sia enorme che minuscolo: Tommaso, che nascerà a giorni. Il modo che ho trovato per annegare i pensieri e i dubbi e le ansie che assalgono i (non più tanto) giovani padri trentenni del XXI° secolo è stato… Youtube. Un pozzo senza fondo di meravigliosi Vine (l’unica vera forma d’arte di questo secolo, durata appena un battito di ciglio, il calore di un respiro in una notte gelata, il volo di una foglia in autunno), estenuanti dirette a Fortnite, videosaggi meravigliosi, video di ingegneri in cucina, di ingegneri nella giungla australiana, di ingegneri in laboratorio. Se esistesse un Dio mi chiederebbe conto della mia vita buttata, ma per fortuna nessuno esigerà da me niente. A mia futile discolpa, posso dire di non aver perso molto tempo con serie e Netflix (che ho solo da un paio di mesi e che mi annoia alquanto).

Il lato positivo è che posso parlare di quasi tutti i libri che ho letto: provo a farlo in senso cronologico, cioé in ordine di lettura.

IlSaggiatore, 2016.

La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti

Non ce l’ho fatta a finirlo: è un libro troppo lucidamente depresso e nichilista per poterci arrivare in fondo. Il suo problema (per me) è che è fin troppo convincente: la coscienza è il problema primo e ultimo dell’umanità, un senso non esiste perché l’evoluzione non è teleologica ma anzi casuale, come casuale è la scintilla di coscienza che ha creato l’uomo, e che invece di aiutarci ed elevarci ci condanna ad una vita di dolore, illusione e sofferenza. L’unica soluzione è una politica antinatalista: far estinguere dolcemente la razza umana, smettendo di fare figli.

Neanche a farlo apposta, ho smesso di leggerlo e ho fatto un bambino.

Adelphi, 2017.

Questo è Kafka? di Reiner Stach

Primo libro finito dell’anno, perché iniziare con Kafka non guasta mai. Non sono un vero appassionato, ma Kafka rimane sempre fascinoso, soprattutto per quel che riguarda il paratesto: non quindi solo i testi scritti da lui, ma tutto ciò che è stato scritto su di lui (sulla sua opera, sulla sua vita). Per esempio, uno dei pochissimi libri che amo rileggere, a distanza di anni, è Colloqui con Kafka, di Gustav Janouch, le cui prime trenta pagine sono secondo me imbattibili. Il libro di Stach non gode della stessa ispirazione (un insieme di leggerezza, di devozione, di affetto, di entusiasmo) e a tratti annoia, nel ritrovare 99 episodi divertenti o tristi o bizzarri della vita di Kafka. Forse la biografia di Kafka dello stesso Stach (da cui i 99 episodi sono tratti) ha più senso, ma non lo saprò mai. Ad ogni modo, per completisti kafkiani, e perchè grattare via quell’aura mistica che lo avvolge fa sempre bene (lo sapevate che era un fervente antivaccinista?)

Adelphi, 2012.

Limonov di Emmanuel Carrére

Il primo audiolibro in italiano della mia vita, letto da Elio De Capitani per Radio 3: lo trovate qui.

È il mio terzo libro di Carrére (dopo L’avversario e Propizio è avere dove recarsi), che a questo punto è una certezza. Il libro è famosissimo, per cui non ha senso dire molto: la vita di Eduard Limonov è materiale da romanzi, e infatti lui stesso ne ha scritti vari, e soprattutto ha voluto viverla in quel modo per poterli scrivere. Il grado di intreccio, di giochi di specchi, di auto e metariflessione di questo libro mi pare molto più elevato che negli altri libri che ho letto, ma va bene così: è un libro straordinario, per vari motivi, ed è un piacere leggerlo (o ascoltarlo).

Einaudi, 2014.

Roderick Duddle di Michele Mari

Solo Michele Mari poteva tirare fuori un romanzo del genere dal cappello (cioè, per chi ancora non lo sapesse, scrivere un romanzo d’avventura stile Isola del Tesoro, con linguaggio ottocentesco, bordelli, pirati e tutto). Il gioco postmoderno c’è tutto (Mari si diverte un casino, inserendo rimandi e scherzi ad ogni pagina, ma anche personaggi chiave che non sarebbero mai potuti comparire su carta, due secoli fa), ma il canone è allo stesso tempo pienamente rispettato.

Feltrinelli, 1968.

La prossima volta, il fuoco di James Baldwin

Ho conosciuto James Baldwin perchè citato in quel bellissimo libro (che non mi stancherò mai di consigliare) che è Tra me e il mondo, di Ta-Nehisi Coates. Baldwin è anche il protagonista di un documentario recente molto bello, I am not your Negro. È un personaggio da noi pressochè sconosciuto, nonostante i suoi romanzi siano stati pubblicati da Feltrinelli negli anni ‘60. È intellettuale molto diverso, per quel pochissimo che capisco, dai suoi amici/rivali/compagni Malcolm X e Martin Luther King. Baldwin non era solo nero, ma anche omosessuale e di sinistra: vi lascio solo immaginare cosa volesse essere nell’America razzista, anticomunista e puritana di metà Novecento. Questa intersectionality, come si direbbe ora, lo rende un personaggio veramente tragico ed eroico, anche se in maniera diversa — meno religiosa, meno letteralmente profetica — dei suoi amici Malcolm e Martin. Se fossi bravo (e non lo sono) ci starebbe un articolo intero solo sulla lingua che questi giganti hanno utilizzato per raccontarsi e ricostruire l’identità afroamericana (l’invenzione del nero americano, non più africano, non abbastanza bianco per essere americano) impastata di Bibbia e sermoni domenicali. Non a caso, anche Baldwin ha un passato da giovane predicatore.

Nel documentario è impressionante la lucidità feroce con cui disarma i propri avversari nei dibattiti pubblici: lucidità probabilmente levigata al prezzo di un altissima sofferenza personale, di una costante lotta contro la disillusione. Purtroppo, quel nitore così affascinante nei suoi discorsi pubblici è poco presente nelle due lettere che compongono questo libro, se non a tratti. Ma Baldwin ha scritto moltissimo (romanzi, racconti, saggi), per cui proverò a leggere altro.

Un articolo più strutturato su Baldwin l’ho scritto per Esquire.

Minimum Fax, 2013.

Capire l’economia in sette passi di Leonardo Becchetti

L’ho letto perchè ho incontrato Becchetti una vita fa, quando frequentavo i gruppi dei gesuiti e andavo a fare il volontario in Romania con l’associazione di cui lui allora era presidente. Becchetti è un professore universitario con un curriculum impressionante, e si occupa di economia solidale e finanza etica. Quando ho visto un paio di anni fa questo libro edito da Minimum fax l’ho preso subito, ma lo leggo solo adesso.

Sono sette semplici lezioni di economia, con concetti semplici espressi chiaramente. Nulla di trascendentale, ma credo un ottimo esempio di divulgazione “di primo livello”, per così dire. È abbastanza impressionante, a pensarci, quanto la scuola (io ho fatto un liceo) trascuri l’economia (e la finanza, il diritto). Il libro cerca di dare un’infarinatura essenziale, senza scordarsi il lato etico.

Nero, 2018.

Realismo capitalista di Mark Fisher

Di questo libro hanno parlato davvero tutti (qui la prefazione del traduttore Valerio Mattioli, qui la recensione di Cesare Alemanni) e io non ho molto da aggiungere. Se non che è un libro imperfetto e prezioso: imperfetto perché vago, a volte confuso, e non certo un saggio che procede da A a B senza saltare passaggi e nessi causali. D’altra parte, è una boccata d’aria fresca per quel paio di generazioni trovatesi a diventare adulte nel nuovo millennio, e che a volte si sentono senza passato e senza futuro. Il libro offre spunti e prove che si fa fatica ad ignorare, senza per questo essere pesante come un tomo di sociologia. A suo modo, è una piccola lettura imprescindibile per chiunque voglia costruire “qualcosa di sinistra”.

Non si può non citare inoltre che la collana Nero di Not (di cui questo volume è stato il primo) sia la grande rivelazione editoriale del 2018: hanno pubblicato una dozzina di libri, ognuno più originale e interessante dell’altro, ritagliandosi in pochissimo tempo un posto di rilievo nei cuori e nei comodini di una fetta importante di lettori italiani. Bravi.

Adelphi, 1979.

Hollywood Babilonia di Kenneth Anger

Mi sono sempre chiesto come mai una casa editrice come Adelphi, già nel 1979, avesse pubblicato un libro del genere, così fortemente voluto da stamparlo Fuori collana, con tanto di copertina rigida e così pieno di fotografie da riempiono due terzi del libro. Poi ho letto la quarta, quasi certamente del solito “abate Calasso”:

Quei fatti sordidi e scintillanti andavano infatti subito a disporsi tra le vaste costellazioni dello star system, le loro oscurità nutrivano la luce irreale dello schermo. «Più stelle che in cielo» era un motto della Metro Goldwyn Mayer. Oggi, dopo decenni in cui lo star system è stato additato come macchina di depravazione commerciale e di svendita dell’arte al dollaro, cominciamo finalmente a intenderlo alla lettera: sistema di miti, orbite di astri, varianti e ripetizioni inesauribili di Storie e Figure Esemplari. In fondo, l’unico grande sistema mitologico che il nostro tempo abbia saputo offrirci. […]. La Babilonia di gesso che Griffith fece costruire nel 1915 per accogliervi centinaia di comparse, e poco tempo dopo era un cimitero di relitti e di erbacce, è il luogo perenne del cinema, e da questo punto — soglia dell’Epoca dei Dubbi Splendori, quando Hollywood appariva a un osservatore attendibile come Aleister Crowley abitata da «una banda di maniaci sessuali pazzi di droga» — giustamente muove il racconto di Anger.

Perché è appunto una caratteristica del sistema di Hollywood quella di essere onnivoro: tutto ciò che riguarda i suoi personaggi gli appartiene, tutto fa parte della sua scena, le gonnelline di Shirley Temple come l’epidemia di suicidi con il Seconal. Alla fine, si ha addirittura il sospetto che le ragioni commerciali stesse siano il pretesto per una grandiosa e involontaria applicazione dell’art pour l’art.

E in effetti Hollywood è un’altra faccia del Pop, che è un’altra faccia del Capitale (si vede che ho letto Fisher?): un’idra autofaga, che tutto mangia, anche le proprie teste mozzate, ché tanto ce ne sono ancora e di più. Il libro in sè è come leggere Dagospia sotto anfetamine: una lunga serie di truculenti episodi, quasi tutti miserabili, una sorta di divertito (solo raramente commosso) ricordo delle vittime sacrificali, che cercavano la fama e hanno trovato la fame (dell’idra). A suo modo, è un libro molto triste.

Bompiani, 2017.

Lo so, Mughini è antipaticissimo, ma lo trovo irresistibile quando parla di libri. Il suo precedente La collezione (Einaudi, 2009) rimane uno dei libri sui libri più belli che abbia mai letto. Questo non ci arriva neanche vicino (si vede che aveva bisogno di scrivere un libro in fretta, e ha raccolto cose diverse e le ha messe tutte qui). È un po’ un peccato, perchè quando parla delle sue collezioni si legge molto bene, e con un amore sincero per il proprio feticismo. Se ne scrive altri li compro comunque.

Einaudi, 2015.

Annientamento di Jeff Vandermeer

Caso più unico che raro, visto prima il film e poi letto il libro. Bello, ma non ci vivrei, nel senso: forse avevo aspettative troppo alte (su entrambe i medium), e mi sono piaciuti entrambi, ma non esageratamente. Non so se ho voglia di continuare la trilogia, ma Vandermeer (e la moglie Ann) mi intrigano e proverò a leggere altro (tipo l’antologia delle Visionarie edita da NERO).

Einaudi 2009, io ho invece l’Oscar Mondadori.

Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari

Raccolta di racconti, con alti e bassi, anche se i bassi di Mari hanno uno standard piuttosto elevato, e gli alti, bhè. Otto scrittori è di una potenza impressionante, mi sono scese le lacrime, non mi capitava da anni, credo una delle migliori cose scritte da lui (e inizio ad aver letto un po’ di roba) e forse le più belle parole in lingua italiana scritte su Moby Dick. Mari che parla di libri è al suo meglio (e infatti anche un mattone come I demoni e la pasta sfoglia si legge che è un piacere, ho già voglia di riprenderlo in mano, ne avevo già voglia quando già ce l’avevo in mano).

Harper, 1999.

Weaving the Web di Tim Berners-Lee

Lettura che volevo fare da tempo. È la storia della nascita del web, dagli uffici del CERN dove Tim lavorava negli anni ’80 alla creazione del consorzio W3C, fino alla fondazione (teorica) del Web Semantico. Il libro non è una lettura piacevolissima, soprattutto nella seconda parte in cui racconta cose che per noi ora sono abbastanza normali, se non obsolete/superate da tecnologie differenti. Ma la parte biografica è interessante, soprattutto perché è importante ricordare come molte scelte potevano essere diverse: il momento in cui Tim e Robert Calliau hanno deciso di rilasciare la loro creatura in pubblico dominio è il momento della nascita del Contemporaneo, della rete ubiqua e omnipervasiva che conosciamo, della vita che viviamo. Fa impressione che loro l’abbiano pensato così, che il CERN abbia acconsentito, e l’impatto che una singola scelta del genere ha avuto sulle vite di miliardi di persone.

Einaudi, 2013.

Di bestia in bestia di Michele Mari

Lo so, quest’anno sono un disco rotto, ma è più forte di me, va a finire che lo finisco tutto e poi mi dispero ad aspettare i prossimi, novello ma meno verboso George R. R. Martin. Stranissimo esperimento, primo romanzo del Nostro (ma rivisto completamente, a suo dire), uno strano gotico che rimanda ai classicissimi e amatissimi Stevenson, Shelley, Poe e sinceramente anche il Bernhard di Perturbamento, con il monologo delirante del principe (roba diversa, si capisce, ma ci andiamo veramente vicini).

Le Lettere, 2010.

Le cinque leggi della biblioteconomia di Shiylai R. Ranganathan

Erano vari anni che volevo leggere il libro completo di Ranganathan, dopo aver sentito parlare delle celeberrime cinque leggi in ogni salsa. Per i babbani (cioè i non-bibliotecari): Ranaganathan è considerato il padre della moderna scienza bibliotecaria, grazie alla formulazione di cinque semplici principi (si direbbero cinque assiomi, dato che di formazione era matematico) che anche dopo un secolo di vita mantengono una freschezza quasi sovrannaturale:

1. I libri sono fatti per essere usati.

2. A ogni lettore il suo libro.

3. A ogni libro il suo lettore.

4. Risparmia il tempo del lettore.

5. La biblioteca è un organismo che cresce.

La cosa interessante è che, dopo aver enunciato le leggi nelle prime pagine, Ranganathan passa le restanti 500 a spiegarle, e da dire ce n’è. Non tutto quello che scrive nel libro sopravvive al tempo (alcune cose per fortuna sono cambiate dall’India degli anni ‘30), ma la grandezza delle leggi rimane lì, ad educare i bibliotecari e in realtà tutto il mondo dell’educazione e della cultura. Sarebbe quasi auspicabile che venisse letto da non bibliotecari.

Cambridge University Press, 2016.

Network Science di Albert-László Barabási

Con mio grande disappunto, è stata la conferma (come se ce ne fosse ulteriore bisogno) che non ricordo più nulla di matematica. Peccato perché credo sia un libro davvero importante: le leggi di potenza sono forse l’unico oggetto matematico che andrebbe davvero compreso in tutte le sue diramazioni, per capire l’attuale assetto del mondo (economico, finanziario, sociale, digitale). Io mi limito a capire il poco che riesco, ma spero arriveranno altri libri divulgativi come il mitico Link (dello stesso Barabási), ce n’è bisogno.

Alcune cose che ho imparato le ho provate ad esprimere nella seconda parte di questo articolo su Adelphi.

Adelphi, 2012.

Il mio pensiero non vi lascia di Cristina Campo

L’ultimo epistolario Adelphi che mi era rimasto, di fatto l’ultimo libro di prose di Cristina Campo che, al momento, è possibile leggere (esiste quacos’altro, pubblicato da piccole case editrici negli ultimi anni, ma non sono facili da trovare). Ho ripreso in mano questo libro per un incontro svoltosi a maggio a Bologna, con Cristina de Stefano, biografa della Campo nel bellissimo Belinda e il mostro, l’unico libro che nella mia vita abbia letto due volte, ed entrambe in un giorno. Ho già detto altre volte cosa penso di Cristina, soprattutto in questo articolo, a cui tengo molto. Basta così, che mi commuovo facilmente.

Adelphi, 2018.
Einaudi, 1994.

L’arte della matematica di André e Simone Weil

Ricordi di apprendistato di André Weil

Ho letto questi libri insieme, ci ho pensato molto, e quello che avevo da dire l’ho scritto in un articolo sul Tascabile.

Aggiungo solo che Ricordi di apprendistato è stato un libro che ho inseguito a lungo, da quando studiavo matematica, ed è il classico libro che se hai la ventura di trovare su una bancarella tendi a non comprarlo a causa del prezzo. Per quanto la materia sia fascinosa — la vita di André potrebbe riempire un paio di film hollywoodiani — fra i suoi enormi talenti non possiamo annoverare la capacità narrativa, e forse anche quell’onestà oscena che uno scrittore deve avere quando parla di sé, della propria vita e dei propri sentimenti. Sono rimasto un po’ deluso, dunque, da entrambi i libri, che sulla carta promettono una finestra spalancata sulle vite di due geni del Novecento, ma in realtà non riescono a soddisfare le aspettative. Che forse erano il problema, dall’inizio.

Laterza, 2009.

Filologia dell’anfibio di Michele Mari

Piccola chicca della bibliografia mariana, anche se tanto piccola poi non è (siamo sopra le 200 pagine) e il termine chicca insinua sempre un libro minore, fuori canone. Di questo non sono sicuro: Filologia dell’anfibio avrebbe potuto tranquillamente sopportare l’eleganza della bianca veste Einaudi, perché certe pagine lo mandano diritto al centro del grande filone moderno dell’autofiction (o nonfiction narrativa, chiamatela come volete) e forse pure con qualche anno di anticipo. Comprendo, d’altronde, la spigolosità della rigida struttura di capitoli e della presenza di illustrazioni dello stesso Mari, che sono allo stesso tenere e naif eppure precise e attente, come da figlio di cotanto padre ci si aspetterebbe — si vede, Michelino, che ti sei impegnato molto.

Einaudi, 2011.

Lampi di Albert-László Barabási

Questa è stata una delusione. Di Barabási ho amato Link (vedi sopra), e anche Network Science (vedi sempre sopra) è un grandissimo libro di testo universitario. Questo (cronologicamente, pubblicato fra i due) è stato un passo falso: un libro in cui ha sguinzagliato la sua voglia di raccontare storie (legate alla natìa Ungheria) per illustrare il suo lavoro e i suoi concetti preferiti: le leggi di potenza, i voli di Levy. Peccato che il rapporto fra storia e scienza in questo libro è completamente asimmetrico, e il lettore insegue la storia per centinaia di pagine aspettando la grande rivelazione scientifica che non arriva. Penso sia un’ottimo esempio di come non fare divulgazione scientifica.

Cavallo di ferro, 2012.

Io venìa pien d’angoscia a rimirarti di Michele Mari

C’ero arrivato con grandi aspettative — chi alle parole “Leopardi licantropo” non lo sarebbe? — ma sono stato un po’ deluso. Forse perché qui la lingua è davvero ostica, assieme alla forma diaristica e ad un narratore un po’ tonto e poco informato sui fatti. A Mari bastano un paio di frasi per rendere un libro degno di essere letto, ma qui ho fatto fatica.

Einaudi, 2018.

The Game di Alessandro Baricco

Mi è piaciuto, talmente tanto che ho voluto intervistare Baricco (sempre su Esquire). Non ho molto nient’altro da aggiungere se non ripetermi dicendo: è un libro imperfetto e a suo modo pericoloso, perché molta gente che leggerà questo non leggerà altro. Ma la colpa non è di Baricco, che ha compiuto un piccolo capolavoro di divulgazione, e che credo vada elogiato per il tentativo (riuscito, secondo me). La recensione migliore che ho letto (e che vorrei aver scritto io) è questa.

Adelphi, 2018.

La dittatura del calcolo di Paolo Zellini

Ne ho scritto su IlTascabile, per cui non mi ripeto. Se non per dire che passare da Baricco a Zellini, a livello di prosa, è stato come passare da una corsetta leggera ad una maratona. Per le prime cinquanta pagine, mi sono sentito letteralmente sott’acqua.

Adelphi, 2018.

Essere una macchina di Mark O’Connell

Mi è piaciuto, ma meno del suo compagno dell’anno scorso, La vita segreta di O’Hagan, che ho trovato superiore da un punto di vista formale, stilistico. Questo è un classico reportage in mezzo a gente molto strana legata al transumanesimo americano, e apprezzo molto che Adelphi si stia impegnando (soprattutto con La collana dei casi) a raccontare il nostro presente digitale tramite libri belli ma accessibili. Credo che funzioni e spero che continuino così, a regalarci almeno una perla l’anno.

Adelphi, 2018.

Altre menti di Peter Godfrey-Smith

Preso straordinariamente a metà prezzo in una libreria di Torino (dio benedica le librerie di Torino), è il secondo volume della collana Animalia di Adelphi. Fun fact: Adelphi in realtà aveva inaugurato nel 1994 una collana, Ethologica, che pubblicò soltanto 3 libri, tutti lo stesso anno, per poi spegnersi subito, evidentemente per poche vendite e alti costi (tutte traduzioni, tutti libroni enormi con fotografie e illustrazioni). La casa editrice milanese aveva iniziato negli anni ’70 pubblicando quel capolavoro assoluto che è L’anello di Re Salomone di Konrad Lorenz, e dato l’enorme successo aveva pubblicato altri libri di Lorenz (anche in altre collane, Piccola Biblioteca, Saggi). Nikolas Tinbergen, autore del secondo volume di Ethologica, era collega di Lorenz e insieme avevano condiviso il Nobel per la Medicina nel 1973. Adelphi aveva poi pubblicato anche Irenäus Eibl-Eibesfeldt, altro grande etologo austriaco che studiò e lavorò con lo stesso Lorenz. Come sempre accade, è piuttosto semplice ricostruire la storia adelphiana come una storia di relazioni fra autori.

La mia ipotesi — che però potrebbe essere fuori strada — è che il tema della “questione animale” sia tornato nuovamente (e giustamente) sulla scena, e che Adelphi ci voglia riprovare. La collana Animalia è partita molto bene con Al di là delle parole di Carl Safina, e questo libro, dello scienziato e appassionato sub Peter Godfrey-Smith è stato un piccolo caso editoriale (nella mia bolla è presente in tutte le classifiche dei migliori libri dell’anno). Credo c’entri anche il buon Calasso, che ha sfiorato questi argomenti, da par suo, nel recente Il cacciatore celeste (non l’ho ancora letto: come tanti altri, è un paio di anni che mi guarda severamente dal comodino. Magari nel 2019 ce la faccio).

Altre menti è certamente scritto bene e affascinante, nel suo miscuglio fra filosofia della mente, etologia, e reportage dei fondali australiani. Io sto facendo un po’ fatica a leggerlo, ma sospetto che la mia difficoltà sia più dovuta alla mia personale pigrizia/agitazione mentale di questi giorni (siamo a -5 dalla data presunta del parto ;-) e dal fatto, piccolo ma significativo, che molte “illuminazioni” sul concetto di coscienza — animale o umana — io le abbia già raccolte in vari libri, in più di dieci anni di esplorazione letteraria del tema. Senza contare che, dopo aver smesso di mangiar carne ormai cinque anni fa, non sono nuovo alla “scoperta” dell’universo morale e intellettivo degli animali.

Detto questo, dopo Nero, Animalia è la seconda cosa più bella successa al mondo editoriale nel 2018.

Einaudi, 2007.

Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari

Libretto minuscolo di grande tristezza e di altrettanta bellezza. Si capisce molto dell’uomo Mari, quasi al pari di libri autobiografici come Leggenda privata. In un certo senso, è forse la migliore chiave di lettura ad un assurdo letterario come Di bestia in bestia. Povero Michele.

Feltrinelli, 1981.

Il medium è il massaggio di Marshall McLuhan e Quentin Fiore

È incredibile che questo libro abbia cinquant’anni (la prima edizione è del 1968). L’ho letto in un paio d’ore, per cui bisognerà tornarci sopra e rileggere, ma mi ha molto colpito l’assoluta attualità di molte pagine, se non tutte. Sostituendo alcune parole (televisione con internet, elettrico con digitale) potrebbe essere un piccolo bignamino per questi anni confusi. Di fatto, è un indizio in più che la “rivoluzione digitale” che stiamo vivendo non sia altro che l’ennesima rivoluzione, uguale e diversa, nella storia della cultura umana. Change is the only constant.

Eccezioni meritevoli

  • L’imitatore di voci di Thomas Bernhard: mi spiace, ma no. Evidentemente con Bernhard ho dei problemi, è il secondo suo libro che abbandono: capisco che ci siano lettori in adorazione del suo ritmo, della musica dlla sua prosa (deve essere simile la fascinazione per Céline), ma a me non dice nulla, per adesso. Lo aggiungo alla lista dei grandi scrittori che non mi piacciono, ci riprovo fra qualche anno, sai mai.
  • Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver: primo tentativo della mia vita con Carver. Intuisco che sia stato qualcosa di nuovo, e che appunto ci siano un paio di generazioni di lettori/scrittori che gli siano andati dietro, ma a me non dice molto. C’è molta suburbia americana, che è una delle cose più tremende e depressive del mondo, e non è una cosa di cui amo leggere.
  • I barbari di Alessandro Baricco: in realtà, mi stava piacendo, ma l’ho dimenticato da qualche parte alla Scuola Holden prima dell’intervista, per cui non l’ho mai finito. Devo dire che, a parte qualche punto, è invecchiato bene.
  • A volte ritornano di Stephen King: io di King ho letto solo IT, che è meraviglioso, e volevo cimentarmi con qualche racconto. Più per colpa mia che per colpa loro, ne ho letti un paio e poi mi sono dimenticato del libro.
  • The Master Algorithm di Pedro Domingos: letto quest’estate, non sono riuscito a finirlo per stanchezza. È certamente molto utile per capire meglio di cosa si parla quando si parla di machine learning, ma è molto tecnico e molto verboso e le due cose insieme spesso sono letali.
  • Appunti americani di James Baldwin: l’ho iniziato per l’articolo (di cui sopra) senza riuscire a proseguire. Spero di riprenderlo in mano in futuro.
  • Inventare il futuro di Nick Srnicek e Alex Williams: l’ho iniziato ad aprile, dimenticato, ripreso a dicembre. È un gran libro, lo finirò spero l’anno prossimo, ne vale la pena.

Piccolezze:

  • L’ignoto ignoto di Mark Forsyth, Laterza 2018
  • Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda, Adelphi 2018
  • Lettere del veggente di Arthur Rimbaud, Einaudi

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.