Non devo spiegarvi che è stato un anno strano, e perché. Non cercherò quindi di spiegare le ragioni (nè a me nè a voi) del fatto che, ad un certo punto fra lockdown e autunno, ho perso completamente la voglia di leggere. Non mi era mai capitato per un periodo così lungo (solitamente mi capita quando guardo una bella serie, alternando media diversi) e mi sono quasi preoccupato che la voglia non mi tornasse più. Misteriosamente come se n’è andata, è ritornata qualche settimana fa.

Bompiani, 2005.

H.P. Lovecraft di Michel Houellebecq

Primo libro, prima delusione dell’anno. Non sono un fan sfegatato né di Houellebecq né di Lovecraft, ma mi aspettavo molto di più da quello che si preannunciava, sulla carta, a match made in heaven — o più appropriatamente in hell, dati i soggetti: il ritratto del misantropo di Providence da parte dell’ultimo dei grandi misantropi francesi. Invece è una piccola cosa, forse perché non conosco bene Lovecraft — ho sempre preferito le sue idee alla sua scrittura, l’ho letto sempre poco e male — forse perché Houellebecq era svogliato e non voleva approfondire più di tanto. Il titolo è ahimè di gran lunga la cosa migliore.

Adelphi, 2016.

Io sono vivo, voi siete morti di Emmanuel Carrére

Al secondo tentativo, primo libro bello dell’anno. Speculare e contrario al libro sopra — scrittori francesi contemporanei che biografano scrittori americani defunti, ma là horror e misantropia, qui fantascienza e paranoia — è un libro incredibilmente ben scritto, strutturato, documentato. Se non erro il primo dei “nuovi” libri di Carrére, il primo dei romanzi non romanzi, per parafrasare Simenon, e forse l’unico nei quali non si autoriscrive (neologismo che invento qui di sana pianta), non si mette sempre al centro dell’universo come farà nei successivi. Ne risulta una grande biografia, di uno scrittore di razza, con i tempi giusti, avvincente: sicuramente il materiale di partenza era eccezionale, ma Carrére — al contrario di Houellebecq — non lo spreca, dimostra tutto il suo talento. Narcisismo batte misantropia 3 a 0.

NERO, 2019.

Chthulucene di Donna Haraway

Primo libro dell’Haraway che leggo, ammetto che ho sofferto un po’ la vaghezza del discorso, anche se capisco che fa parte della sua cifra, assieme ai nuovi spazi che esplora, i nuovi futuri che immagina. Forse semplicemente avevo aspettative altre. In rete trovate recensioni più analitiche della mia, io non riesco a dire qualcosa di intelligente a riguardo. Mi rimane un piccolo grande dubbio su quella che ritengo un’omissione importante del suo discorso, e che è: davvero, in un libro in cui si immagina di “fare kin” con tutti gli esseri viventi, non viene mai nominata la filiera alimentare? Non è in sè scorretto speculare di astratti e improbabili ibridi uomo-farfalla senza preoccuparsi dei molto concreti miliardi di maiali, mucche e polli che vengono allevati per il macello, ma dato l’afflato etico del libro una menzione me l’aspettavo. Mi pare di aver capito che Haraway ne abbia parlato altrove e non qui, ma mi rimane il dubbio del perché.

La Nave di Teseo, 2019.

La straniera di Claudia Durastanti

Claudia Durastanti è per me una scoperta recente. Leggo da mesi — ma sono bel prima della metà — il titanico Libro dei numeri di Joshua Cohen, che mi auguro finirà nel post del prossimo anno e che lei ha eroicamente tradotto, oltre a quello della Haraway qui sopra.

Ho finalmente recuperato il suo libro più famoso, La straniera, su cui vorrei spiegare poco perché ci arrivo buon ultimo, dato che ha vinto premi ed è persino giunto nella cinquina finale del Premio Strega l’anno scorso. In rete è pieno di belle recensioni, interviste ed articoli, basta cercare. Dal canto mio, posso dire che avevo appunto aspettative molto alte e che sono state pienamente soddisfatte, che la Durastanti ha scritto un libro importante e con una “saggezza” che ancora mi impressiona. Abbiamo la stessa età, e non so se mi stupisce più come scrive — benissimo, se serve sottolinearlo — o il grado di maturità che bisogna avere per scrivere quello che scrive, per rielaborare una vita del genere in quel modo, per poter raccontare sé stessi e i propri genitori così. È davvero un libro bazlenianamente unico, come ammette candidamente anche lei, un libro in cui si consuma una vita e una figliolanza. Mi è piaciuto davvero molto.

Nord, 2009.

L’orda del vento di Alain Damasio

Due riletture quest’anno — questo e Il Monte Analogo — , si vede che invecchio, perché solitamente non rileggo mai. Ma cerco di andare con ordine, perché ho un po’ di cose da dire.

Il libro è bellissimo. Fra i migliori che abbia letto nella mia vita adulta. Fra i pochissimi che ha fatto palpitare il mio indurito e cinico cuore, fra i pochissimi che continuano a riaffiorare dalla mia memoria, con il tempo, come fiumi carsici, invisibili e sotterranei, ma sempre lì, evidenti solo all’occorrenza.

In teoria, questo libro è “solo” un fantasy: in un mondo circondato dai ghiacci a nord e sud, l’umanità vive in una sottile striscia di terra, spazzata dai venti da ovest a est, la 34esima Orda deve raggiungere l’Estrema vetta, per carpire l’origine del vento.

Di questo libro ho parlato anche su FB, perché per me è un piccolo caso: fantasy si, ma di quelli che spaccano il genere, solidissimo per quel che concerne trama, stile, struttura, ma potente di letture come solo i classici. Le pagine sono numerate al contrario, dalla 600 alla 0. Ogni capitolo è narrato da un membro diverso dell’orda, identificato da un simbolo tipografico, e la corrispondenza fra simbolo e nome è presente solo in un segnalibro presente nel libro. Ogni vento descritto ha una sua notazione, quasi uno spartito. È anche un libro profondamente ispirato a Deleuze, ma talmente stratificato che un ignorante totale in materia come me non se ne è neanche accorto, entrambe le volte, e se l’è goduto comunque.

Il punto è che oltre essere sconosciuto, questo è un libro introvabile. Sono anni che ne cerco copie, la mia discussione sui social ha tolto le 2–3 copie avanzate nei mercati dell’usato online, che sono andate ad amici fortunati. Una doppia copia l’ho dovuta spedire io stesso ad una amica. Pubblicato originalmente nel 2009, per l’editrice Nord, è passato pochi anni dopo alla TEA, che ha fatto il grande errore di non seguire né la numerazione inversa né stampare il segnalibro — letteralmente lasciando il lettore al buio rispetto ai nomi dei personaggi che sono le voci dei capitoli.

Quindi ne sto facendo una questione di principio: sto cercando di farlo leggere, per capire se posso fidarmi del mio giudizio, e per capire se si riesce a far ristampare. Ne ho parlato a lungo anche con Claudia Lionetti, la traduttrice, che secondo me ha fatto un lavoro eccelso. Se siete interessati, scrivetemi.

Adelphi, 2020.

Il monte analogo di René Daumal

Credo sia la terza, o la quarta volta che lo rileggo, a distanza di anni, ed è l’unico libro con cui mi capita, a parte qualche racconto di Borges. C’è sempre qualcosa di diverso, in ogni rilettura, anche se ammetto che questa nuova edizione Adelphi non aggiunge molto, i testi inediti presentati mi paiono poca cosa, e allo stesso tempo manca quel saggio abissale — e, nei miei ricordi, incomprensibile — di Claudio Rugafiori. Se dovessi ricomprarlo, preferirei l’edizione precedente (ma ovviamente le ho entrambe).

Priuli & Verlucca, 2019.
Ediciclo, 2013.

Di pietra e acqua di Fabrizio Ardito

Il respiro delle grotte di Natalino Russo

La speleologia è per me una scoperta recentissima: ho fatto solo poche uscite fra novembre e dicembre 2019, e ne sono rimasto folgorato. E poi il covid me l’ha portata via per un anno intero. In attesa di ritornare al buio eterno delle grotte, ho comprato qualche libro in rete, come pallido surrogato.

Natalino Russo — giornalista e fotografo — ha alle spalle un ventennio di speleologia, che si concresce in un libretto piccolissimo ma molto tenero, di quelli che sedimentano per affetto e passione. Lo consiglio a tutti, si legge in un’oretta. L’autore ha scritto anche un bell’articolo per Il Tascabile.

Di pietra ed acqua, più ampio e autobiografico, racconta invece varie storie di speleologia, di spedizioni, di grotte esplorate per la prima volta. Anche una storia di soccorso speleologico da far accapponare la pelle — poche cose peggiori di farsi male in una grotta profonda, con giorni di attesa nel freddo, nel fango e nel buio, aspettando quelle venti, trenta persone in Italia che son capaci di tirarti fuori di lì — e una imprevista testimonianza di prima mano della tragedia di Vermicino (su cui non vorrei dire niente, ché penso solo alla faccia di mio figlio e a Ivan Karamazov).

Einaudi, 2019.

Macchine come me di Ian McEwan

Sono rimasto un po’ deluso. La letteratura contemporanea anglofona mi fa sempre un effetto strano: dato che la conosco pochissimo, la leggo in un “vuoto”, senza riferimenti, facendo molta fatica a capire se quello che leggo mi piace o meno. Lo stesso effetto che mi fa l’arte contemporanea: sono uno di quei tristi figuri che per farsi piacere le cose le deve capire. Incuriosito dalla storia, di cui sapevo qualcosa, ho ripreso un libro di McEwan dopo più di vent’anni (!), cioè da quando lessi l’Inventore di sogni. Per dire quanto sono sul pezzo.

E il punto è che non l’ho capito del tutto: cioé non ho capito perché in una riflessione — sicuramente interessante — sull’intelligenza artificiale e cosa significa essere macchine ed essere umani ci debba essere inserita a forza una riflessione su movimento metoo. L’ho trovato un po’ pretestuosa, nel contesto. Senza dire del protagonista, un inetto insopportabile e dai moventi oscuri, quasi scritto male. Insomma, mi è sembrato forzato nelle scelte, quando il materiale ucronico — un mondo in cui Alan Turing è ancora vivo — e l’oggetto principale — l’androide — erano abbastanza vasti da poterli esplorare con più calma e più profondità. Anche perché sono la parte migliore del libro. Un grande boh, poi magari sono io.

effequ, 2019.

Scansatevi dalla luce di James Williams

È un peccato che questo libro sia passato sotto silenzio, perché l’ho trovato estremamente chiaro e lucido nell’analisi dell’economia dell’attenzione digitale, tema su cui non mi dilungo perché ci ho scritto anche un articolo per Domani. È la versione migliore e più corretta di The social dilemma — anzi, sicuramente una delle fonti da cui il documentario ha attinto. Plauso ad effequ, la piccola casa editrice che l’ha voluto pubblicare, perché andava fatto e l’hanno fatto loro. L’unico neo una traduzione non sempre fluente, ho avvertito spesso il calco dall’inglese, anche se magari è scritto male anche in originale.

Storie della tua vita di Ted Chiang

Raro caso in cui leggo il libro dopo aver visto il film, ma per fortuna il racconto da cui prende spunto Arrival è più breve, e forse neanche il migliore della serie. Finalmente leggo Chiang, dopo che inspiegabilmente l’ho rimandato per anni: davvero bravissimo, di quelli che segue un’idea e ci apre un mondo, con ottima competenza scientifica, con un lungo lavoro analitico di worldbuilding a partire dalle premesse scelte. Fantascienza della miglior specie, detto da uno che però non se ne intende. Sicuramente cercherò di recuperare anche l’altra raccolta, Respiro.

Si sente anche il fatto che Chiang non è scrittore —informatico di mestiere, Chiang pubblica raramente— nel bene e nel male: lo stile non è il punto di forza, ma si sente eccome la voglia di scrivere un racconto perché ha qualcosa da dire, perché vuole esplorare un’idea fino in fondo. Da quando l’ho letto non faccio che pensare ad Understanding.

Einaudi, 1976.

Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg

Saggio celeberrimo, che colpevolmente recupero alla mia veneranda età. Non ho molto da dire che non sia stato già detto altrove: vorrei recuperare anche l’introduzione dell’autore alla nuova edizione aggiornata uscita per Adelphi — che giustamente lo sta tutto ristampando, oramai Ginzburg era introvabile (fra l’altro, ricordo di averlo visto qualche anno fa all’Archiginnasio di Bologna ad una presentazione di Calasso, tout se tient).

Difficile credere che in così poche pagine ci sia una tale erudizione, un thriller filologico alla Sherlock Holmes, in cui Ginzburg sembra tirare fuori indizi e tracce come conigli da un cappello. Sarebbe bellissimo anche se fosse scientificamente scorretto, ma il fatto che sia un libro di ricerca lo rende davvero un piccolo capolavoro.

Adelphi, 1985.

Carteggio di Emilio Cecchi, Mario Praz

Uno di quei libri presi per il piacere di esplorare qualche meandro a me sconosciuto del catalogo Adelphi. Di Praz non ho mai letto nulla, anche se vorrei prima o poi, conoscendo la sua influenza sul giovane Calasso — è stato il suo relatore di laurea — e anche qualche aneddoto molto triste legato alla superstizione tutta italiana per la sfortuna e le sue varie forme — pare che per la sua eccentricità Praz avesse fama di iettatore, motivo per cui è stato ostracizzato tutta la vita e, ogni tanto, in qualche vecchio libro viene spesso citato ma mai per nome, solo con lo pseudonimo “l’Anglista”.

Conoscendo a malapena gli autori, e le opere e gli autori da loro citati, l’ho letto con grande superficialità, quasi come un documento di un accademia che fu, di un modo di discutere, fare amicizia, anche litigare che mi è quasi incomprensibile. Funziona bene anche così, perché la prosa di Praz è un piccola opera in sé — alcune lettere sono costruiti come racconti brevi, con lunghe descrizioni architettonicamente complesse, colme di dettagli, barocche come piaceva a lui — , perché anche capendo poco ci si rende conto che fra le righe accade qualcosa, un’amicizia e un rispetto nascono e muoiono, antichi rancori vengono pacificati. Faccio fatica a consigliarlo, ma opere del genere vengono da un altro secolo, e tornarci è come stare un paio d’ore nella soffitta della bisnonna, abitare altrove, altroquando.

Einaudi, 2020.

La matematica è politica di Chiara Valerio

Libretto veloce e lucido di Chiara Valerio, che secondo me quando parla di matematica è al suo meglio. Non bello come il suo precedente Storia umana della matematica — che ho già voglia di riprendere in mano, perché vale la pena rileggerlo — ma un libro che racconta una visione della matematica intrecciandola con la politica, con la democrazia, con la vita comunitaria. Non so se sono d’accordo con tutte le tesi di Chiara, ma il libro mi è piaciuto, ne abbiamo anche parlato insieme.

Neri Pozza, 2020.

Due vite di Emanuele Trevi

Forse la scoperta di quest’anno, per me, perché non ho mai letto niente di Trevi e dopo questo libretto sono determinato a recuperare gran parte di quello che ha scritto. Un bellissimo, sentitissimo ma misurato racconto di Pia Pera e Rocco Carbone, entrambi scrittori e amici di Trevi, morti entrambi prima del dovuto, ché la vita è strana.

Non c’è molto da dire su questo libro, se non che si legge troppo velocemente, che fa impressione per il peso preciso di ogni parola e ogni frase, per l’affetto che traspira ad ogni pagina, per il piccolo miracolo di due vite che brevemente, nello spazio di un’ora o due di lettura, riprendono dopo anni il loro spazio di esistenza nella mente di un lettore, come bolle di sapone che prendono il volo e non hanno nessuna voglia di scoppiare.

Leggetelo.

Adelphi, 2016.

La matematica degli dei e gli algoritmi degli uomini di Paolo Zellini

Libro zelliniano — chi lo conosce sa di che parlo — secondo me meno riuscito rispetto al successivo La dittatura del calcolo. Questo l’ho trovato piuttosto oscuro: è intrinsecamente, inestricabilmente, inesorabilmente molto difficile scrivere di matematica con le parole, perché il cervello che legge le parole in un libro non è pronto a fare le operazioni mentali che servono per capire i concetti matematici. È come pensare di fare ginnastica sul divano guardando i video di Youtube: in quel momento il tuo corpo — la tua mente — non è nella predisposizione giusta.

Se non ce l’ha fatta David Foster Wallace a riuscirci, a fare matematica di alto livello nella forma libro, faccio fatica a credere che ci possa riuscire qualcun altro. L’ho letto per prepararmi all’intervista che ho fatto con l’autore, poi pubblicata su CheFare.

Il Mulino, 2008.

Accidia di Sergio Benvenuto

Ad un certo punto, mi sono messo in testa di scrivere un articolo sul demone meridiano, articolo che poi ovviamente non ho scritto perché io funziono spesso così. Il libro è solo all’apparenza leggero, perché è un denso excursus storico-filosofico sull’accidia — e la melanconia e la depressione — passando anche attraverso il pessimismo filosofico. Inizialmente mi ha confuso le idee, ma alla fine ho capito che è il mondo ad averle confuse, le idee, mischiando e dando nomi uguali a cose diverse e nomi diversi alla stessa cosa, nei secoli dei secoli. Ho trovato l’approccio psicanalitico a volte interessante, a volte meno. Un po’ di nicchia ma sicuramente un punto di partenza sull’argomento molto più accessibile al titanico Demone di mezzogiorno di Solomon, che dopo sei anni ancora riprendo in mano ma non finirò mai.

Adelphi, 2003.

La creazione del sacro di Walter Burkert

Allo stand del Libraccio del SalTo di qualche anno fa avevo preso in mano questo libro, quasi solo per il titolo e la copertina — la collana è una certezza, le dimensioni lo rendevano affrontabile — , e fui conquistato definitivamente dalla quarta quasi certamente calassiana (la tradisce l’aggettivo “possente”). Quest’anno mi sembrava il momento giusto. È stato un peccato, perché questo è stato il libro che più a sofferto il mio digiuno da lettore, interrompendo a metà e riprendendola dopo mesi a fine anno. È un peccato leggere male i grandi libri.

Non è certo nuova — l’originale tedesco è del 1996 — ma mi pare ancora moderna l’idea di ricondurre al biologico, il più possibile, il fenomeno delle religioni e del sacro. D’altronde, era inevitabile: il paradigma evolutivo è talmente pervasivo e capillare che prima o poi doveva afferrare con i suoi tentacoli di piovra anche il sacro e la religione e — giustamente — mangiarseli. Bravo Darwin. Mi piacerebbe leggere ancora qualcosa del genere, magari più aggiornato.

Einaudi, 2020.

I conti con l’oste di Tommaso Melilli

Libro che incornicia un bellissimo pomeriggio di fine aprile. Era un bel sabato di primavera, e Alessandra era uscita con Tommi, lasciandomi qualche ora di assoluta libertà, piuttosto agognata in quelle settimane di lockdown. Era appena arrivato l’ordine della birra, e pure quello di IBS. Ho aperto una Boon Oud Kriek, ho aperto il libro, e mi sono messo a leggere sul balcone. Finiti — birra e libro — appena prima di cena, con Melilli che via chat mi aiutava a fare la zuppa di fagioli come la fa mia nonna, e intanto parlavamo del suo libro.

Ho conosciuto il Tommaso Melilli autore qualche anno fa, su quel capolavoro di rubrica culinaria che è Tovagliette, su Rivista Studio. Non conosco il Melilli cuoco, non ho mai mangiato nel suo ristorantino a Parigi. Ma con queste premesse, quando uno scrive così di cibo — quando uno è bilingue, pienamente scrittore e cuoco — non possono che uscire cose buone da leggere.

L’idea di Melilli di girare per le migliori osterie e trattorie d’Italia è semplice e geniale, perché non ci va a mangiare ma invece dietro il bancone, in cucina, a farsi insultare da cuochi geniali e ossessivi e a capire — e farci capire — qual è la loro idea di cibo, di tradizione, di territorio, in tutti i sensi non retorici di queste parole. Un libro più vicino a Carrére e all’autofiction che ad un libro di ricette, ecco.

Come dicevo a lui, i libri più belli sono quelli in cui gli scrittori ci mettono talento e fatica, in qualche modo si sacrificano al posto nostro, per farci vedere qualcosa che da soli non vedremmo mai; e questo è uno di quei libri.

Laterza, 2020.

Leggere la terra e il cielo di Francesco Guglieri

Strani i casi dei libri: l’autore è l’editor di Francesco Melilli, e il libro l’ho letto, il giorno prima di quell’altro. Due libri in due giorni — per poi smettere per mesi.

Mi ha generato varie emozioni, non tutte piacevoli, questo libro di Guglieri. La non piacevolezza deriva dal semplice fatto che questo è l’unico tipo di libro che potrei scrivere io — il mio unico vero talento è saper leggere, che è un talento strano, dato che è tutto interiore, interno, non estrude nulla nel mondo reale — e quindi non l’ho scritto, l’ha scritto lui. Allo stesso modo, sono contento che l’abbia fatto, perché è stato bravo e parlare di libri gli viene bene, e credo che sia importante magari per qualche lettore un po’ più giovane rimarcare che il senso di meraviglia di certi libri di scienza, perché questo senso è — letteralmente — uno dei motivi per cui valga la pena vivere, uno dei motivi per cui ho vissuto io.

Quando questa primavera è morto John Conway, subito mi sono ricordato di una notte a Tallinn, dodici anni fa, stavo leggendo Gödel Escher Bach di Hofstadter— libro che ho amato moltissimo e che ho impiegato quattro anni e mezzo a finire. Ad un certo punto, dentro quella tana del bianconiglio che è GEB, leggo un nome che avevo già orecchiato in passato, quello di John Conway. Qualche anno prima, il nome di Conway era dentro un altro libro, Da zero a infinito di John D. Barrow. Con Conway era così: leggevi qualcosa di strano ed esoterico e il suo cognome spuntava come una margherita d’inverno. In GEB, si parlava dei “numeri surreali”, numeri che comprendono tutti i numeri mai pensati (naturali, razionali, irrazionali, reali, transfiniti), e sono insieme più piccoli e più grandi di ogni numero mai pensato. Numeri così grandi che erano oltre gli infiniti di Cantor; così piccoli che erano più eterei degli infinitesimi.

In quel momento, in quella notte fredda — in cui ero lontano da casa, in un paese con una lingua strana a studiare per la prima volta all’estero in una classe in cui ero il solo europeo — provai una vera vertigine intellettuale, una scarica di endorfine incredibile. Fu un’esperienza quasi religiosa, e non la prima di quel tipo. Sono epifanie che capitano poche volte nella vita, ma che uno si porta dietro per sempre, che spesso definiscono una biografia — e con me l’hanno fatto: come la prima volta che ho letto Borges, come la prima volta che ho letto la Biblioteca di Babele (e l’ho riletta subito, dall’inizio alla fine, incredulo), o quando da adolescente e con una serietà un po’ tenera e un po’ patetica ho scelto, ho giurato a me stesso che io non avrei mai fatto differenza fra le due culture, che potevo leggere tutti i libri di cui avevo voglia, e che tutto era uno.

Ecco, questo senso del numinoso io l’ho trovato solo in alcuni libri di scienza, e di alcuni di questi libri, e di altri, parla Guglieri. Sono contento che l’abbia fatto lui, perché io non l’avrei mai fatto.

Però ho scritto un articolo su Conway.

Ciao amici lettori, se il pezzo vi è piaciuto cliccate per favore le manine qui sotto — anche più volte, se volete. Grazie mille.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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