Il parto di Tommaso non è stato facile. Come tutti i parti.

A. voleva un parto il più naturale possibile, ma non tanto da stare a casa: il centro nascita, dentro l’ospedale e a pochi metri dalle sale operatoria e da neonatologia, ci davano la giusta tranquillità in caso di necessità, unita ad un ambiente meno asettico e con più libertà di una sala parto.

Libertà che abbiamo sfruttato appieno, passandoci una giornata intera nelle 28 lunghissime ore di travaglio che A. — santa, eroina, guerriera madre — ha sopportato con un coraggio di cui non sarei capace in mille vite.

I padri nei parti hanno un ruolo particolare: sono pressoché inutili, eppure indispensabili. Bisogna esserci. Stare lì, massaggiare, aiutare, fare forza, non perderla.

Nei momenti in cui A. andava a fare le sue docce interminabili, le uniche che le davano un po’ di sollievo dal dolore, io andavo nell’altra stanza, mi buttavo a terra e piangevo come un matto per un minuto, lasciando andare un po’ di tensione e di paura. Poi mi lavavo la faccia e tornavo di là.

Quando sono arrivate le contrazioni, le grida di A. sono salite di tre ottave. Prima erano lamenti, lunghi e modulati. Ora urlava con una voce che non riconoscevo sua, che non le avevo mai sentito.

Posso solo immaginarlo: il corpo della donna, dopo aver creato la vita e averla custodita dentro di sé, la deve far uscire, e quindi inizia ad aprirsi: muscoli, tessuti, persino ossa si spostano, si tirano, seguendo un protocollo imparato con lentezza in centinaia di milioni di anni. Il corpo si tira in mille direzioni, con il dolore che ne consegue, per schiudersi come un fiore. Per fare uscire te.

Ci sono stati pure momenti comici nella loro intensità: come quando stavo dietro di lei, già in fase espulsiva, lei seduta per terra con l’ostetrica davanti. Goffamente e senza davvero pensarci — dato che non sapevo cosa stavo facendo — nel mezzo di un urlo, posseduto dallo spirito del bibliotecario che sono, sussurro: ”shhh”, per calmarla. Ho giusto il tempo di vedere arrivare la sua mano sinistra alzarsi oltre la spalla e planare fortissimo sul mio naso: “NON SI DICE SHHH!”. Me lo sono meritato.

E infine, finalmente, alla fine di infinite ore, una spinta più forte delle altre ti fa uscire.

E sei lì, fermo immobile per secondi interminabili, ognuno dei quali mi toglie un anno di vita.

E sei una cosina viola, livida, gettata a terra.

La più cosa più bella abbia mai visto nella mia vita e probabilmente mai vedrò.

La voce di A., fino ad un secondo prima lacerata dal dolore, si scioglie in un “amore, amore” la cui dolcezza ancora mi perseguita. L’A. che conoscevo era sparita per sempre, e ora era diversa, trasformata. Era una mamma.

Per la prima volta, parla a te, che non sei più un’idea, un grumo di cellule che lievita invisibile, ma sei fuori, sei qui, sei ora, sei vero, sei fisico, sei concreto, sei questo spazio e questo tempo. Una cosa livida che mi attrae come un buco nero, fa esplodere un amore che non sapevo di poter provare.

Una cosa livida che per fortuna inizia a muoversi, a piangere un pianto silenzioso e buffo, una scimmietta che viene posata sulla mamma e che si muove sul suo ventre come le tartarughine appena nate si dirigono verso l’oceano. Stesso istinto, stessa storia milionaria di evoluzione.

Sei bravo, prendi subito il seno della mamma, dopo qualche ora tagliamo con calma il cordone ombelicale, lo taglia il papà. Mentre premo con le forbici e mi sembra di tagliare una gomma da giardino, mi rendo conto con stupore che il papà sono io, che adesso A. è davvero mamma, e io sono davvero un papà.

In Hook capitano uncino, film che ho visto almeno duecento volte, dato che ho cinque fratelli più piccoli e che piaceva a tutti, c’è la scena in cui Robin Williams ricorda di essere Peter Pan.

Trova le sue cose, il suo orso teddy, e ricorda Wendy che cresce e diventa vecchia, ricorda il suo passato. Ma soprattutto ricorda di essere un padre: è quando le sue labbra dicono “Io sono un papà” che torna a volare.

Ci sono pochi momenti della mia vita in cui sono stato meglio che qualche ora dopo il parto: nel cuore della notte, in un silenzio irreale, dormiva la mamma il sonno dei giusti e dei guerrieri, dormivi tu, su di me senza la maglietta, pelle a pelle. Dicono che faccia bene, anche se così non fosse è così bello che va bene uguale.

Per un’ora perfetta, forse l’unica della mia vita, mi sono sentito senza colpa, senza altro desiderio che essere lì, con te, ad abbracciarti e godermi il tuo primo sonno, sentendo con ogni fibra del mio corpo che non c’era un altro posto in cui sarei mai voluto essere, non c’era nient’altro posto nell’universo che non quello. Per un’ora, in maniera inequivocabile e inesorabile, eravamo il centro dell’universo. Io e te, accanto alla mamma.

Oggi sono passati due anni da quella notte, e ti voglio ancora lo stesso bene.

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia. I work with books and metadata.

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